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Dragon boat: le farfalle rosa e la vittoria sul cancro

2003-novembre---LUnit
Francesca Sancin
Una barca con la testa di drago e 22 sorrisi stampati sulla faccia di altrettante signore in maglia rosa: il primo equipaggio italiano di Dragon Boat composto di donne che hanno avuto un cancro al seno domenica è sceso per la prima volta in gara nelle acque del laghetto dell'Eur.
In palio la Coppa Alteg (www.alteg.org), intitolata all'Associazione che da anni lotta contro i tumori in età giovanile, aiutando i ragazzi a ricostruire una progettualità per la vita.
Tra le "Pink Ladies" in gara, una porta con disinvoltura una vistosa coccarda rosa, appuntata come un improbabile fiore sui capelli grigi e corti: è Orlanda Cappelli, oro agli Europei di Malmö con la nazionale e unica atleta italiana in gara ai mondiali di Roma l'anno scorso nell'equipaggio dell'"Internationally Abreast".
Dopo quell'esperienza, Orlanda ce l'ha messa tutta per organizzare un equipaggio di "survivors" anche in Italia: «Finalmente ci sono riuscita!» ripete un paio di volte, mentre guarda con orgoglio le sue signore in rosa.
Un sogno realizzato con il supporto della Federazione e grazie alla passione per la vita di donne normali ed eroiche.
Dimammee nonne che hanno trovato il coraggio di guardare dritto negli occhi il loro male e di sconfiggerlo.
Orlanda chiama a raccolta le sue ragazze: «Sono 250 metri, è uno sprint.
Massimo silenzio, concentrazione e respirazione! ».
Poi "dà la formazione" e controlla che ognuna salga in barca al posto giusto, bilanciando il peso delle atlete lungo 12 metri e 40 centimetri, dalla testa alla coda del dragone.
In fila per due, le signore continuano a chiacchierare come scolarette impazienti.
Rosella, capelli biondi corti e giubbotto di salvataggio rigorosamente rosa, si confida con la compagna di sedile: «Mio marito è un tipo calmo, io so' tutta 'mpepata.
È per questo che me se porta appresso, perché lo tengo allegro!».
Il marito in questione, mezzo nascosto dietro l'obbiettivo di una telecamera digitale, tutto sommato sembra d'accordo.
Rosella si produce in un tentativo di "intimidazione" dell'avversario: «Quelli li ho avvertiti… Che non s'azzardassero a superarci, siamo tutte signore! ».
Poi la barca finalmente si stacca dalla riva, per allinearsi con le altre che animeranno la finale.
Si mette in moto con un'andatura un po' approssimativa - qualche spruzzo e braccia che si agitano - mentre le pagaie cercano di muoversi all' unisono.
«Guardate la compagna davanti a voi!» ordina perentoria Orlanda, mentre batte sul tamburo per dare il ritmo alla squadra.
Un paio di "tum, tum!", un altro urlaccio e finalmente le 20 pagaie si tuffano insieme nell'acqua.
Le signore del Butterfly Rosa (questo è il vero nome del team) finiscono terze; tagliato il traguardo tornano a riva intonando «Volare, oh, oh…».
Un rambo in bandana tutto braccia e muscoli si improvvisa cavaliere e le aiuta a sbarcare: la sua maglia dell'Eur Dragon Team è un punto rosso in un oceano rosa.
Medaglia di bronzo al collo, le "Butterfly Girls" continuano a raccontarsi: «Dopo l'operazione ti senti abbandonata.
Rimani come appesa, aspettando qualcosa che non arriva.
Durante le cure - racconta Patrizia mentre il capannello delle altre annuisce - hai l'impressione che qualcuno si stia occupando di te.
Poi è il vuoto.
E tu invece hai ancora necessità di contatto e di aiuto».
Per questo è fondamentale il lavoro che le donne fanno su di sé e insieme alle altre in centri come quello dell'Andos, l'Associazione Nazionale Donne Operate al Seno, che a Roma ha sede in via del Pigneto 12.
«È un passaparola tra donne che fa nascere la solidarietà » dice Gabriella.
Che si tratti di sostegno emotivo e psicologico - ci sono donne che vivono quasi con pudore la loro malattia - o di fare acquagym insieme, le signore in rosa sono lì, tutte per una e una per tutte.
«Molte con l'operazione subiscono l'asportazione dei linfonodi - continua Patrizia - e questo, anche a distanza di vari anni, può provocare gonfiore al braccio.
All'Andos abbiamo la possibilità di fare linfodrenaggio e pressoterapia».
Tutto senza sborsare un euro, grazie all' impegno volontario di personale medico e paramedico.
E grazie, soprattutto, alla carica dirompente di donne scatenate che ce l'hanno fatta.

Vogalonga - Venezia

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